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giovedì 22 giugno 2017 ..:: la storia ::..   Login

1 – PREMESSA

 

Genova è una città strana: ha saputo conservare (forse per caso) angoli o zone – quasi nascoste a chi la percorre quotidianamente – di una autenticità rara; generalmente ai margini del vero e proprio centro storico - fatto di caruggi e minuscole piazzette - o tagliatene fuori dall’apertura di nuove strade. Eppure del centro storico fanno parte, a pieno diritto.

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Caratterizzata dalle “creuze” tipiche di una città che non può espandersi se non in salita, la nostra è una di queste zone, forse la più vasta, certamente la più articolata; per noi e per molti la più bella.

Un’oasi tra due assi di scorrimento veicolare, via Balbi e Circonvallazione a monte: un po’ negletta, molto mal ridotta, specie in quegli anfratti che favoriscono una frequentazione intollerabile, induce spesso anche chi vi abita a non considerarla degna di attenzione e di cure; nel migliore dei casi ci si limita a percorrerla il più velocemente possibile per uscir di casa o rientrarvi; nel peggiore vi si abbandona ogni genere di rifiuti e, se vi si conducono i cani a passeggiare, non si rispetta norma alcuna.

 

Per arrivare a comprendere l’articolazione attuale delle “creuze”, che rendono la zona diversa dalle altre numerose salite mattonate genovesi, è opportuno ripercorrerne la storia.

 

2 – SINO AGLI INIZI DEL ‘400

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Vi fiorivano le ginestre, vi cantavano i grilli, vi scendevano i contadini per abbeverare i buoi alle acque dei piccoli ruscelli che solcavano la collina: le voci della natura, a cui l’uomo ancora non chiedeva molto, si accompagnavano ai suoi colori, tutti i toni del verde nostrano, l’azzurro e il rosso dei fiori selvatici, ma soprattutto il giallo dei “galletti” come nel dialetto genovese erano detti i fiori della ginestra

Cresceva, la ginestra, nei punti più aridi e più alti della collina; robusta e tenace com’è, non potendo resistere al cemento, è comunque riuscita a sopravvivere in un nome; che altro è via Montegalletto, se non la via del monte delle ginestre?

Dalle case di campagna sparse un po’ ovunque alle spalle della città e delle sue mura trecentesche, scendevano i contadini seguendo percorsi segnati dalla consuetudine; portavano i loro prodotti al mercato che si teneva proprio in via di Pré.

La domenica, però, la collina si riempiva di voci di bambini, di richiami delle madri, di risate e di stornelli: non appena cominciava la primavera, le famiglie, dopo la Messa, venivano a farvi le loro scampagnate, senza neanche uscire dal proprio quartiere, perché la zona era (ed è ancora)  parte integrante del Borgo di Pré.

Intanto le strade e le piazze in cui viveva l’aristocrazia e sorgevano gli edifici del potere sia civile che religioso – come la collina di Sarzano - erano spesso teatro dei sanguinosi scontri fra fazioni e famiglie rivali, turbando notevolmente la popolazione e le comunità religiose presenti.

Nel frattempo la Repubblica Genovese aveva anche deciso di ampliare e consolidare la cerchia delle mura, comprendendovi tutta la zona di cui ci occupiamo, sino alla Chiesa di San Tomaso, così da  sottrarla alla sua marginalità. Il Borgo di Pré non era l’estremo lembo della città, ma una sua parte operosa e vitale.

 

Fu forse proprio per questo che le cose cambiarono

 

3 – LA COLLINA SI POPOLA      pianta-da-lucido1.gif

 

Un suonar di campane, uno sgranar di rosari, voci sommesse o spiegate a cantar le lodi del Signore, segnarono quel cambiamento. Che cosa era successo?

 

Dalla turbolenta collina di Sarzano un gruppo di monache agostiniane pensavano solo ad andarsene, in cerca di una residenza più tranquilla. Non ne potevano più di vivere fra gente che si ammazzava e appiccava incendi, magari dopo aver chiesto loro di riunirsi in preghiera per propiziare la vittoria dell’una o dell’altra fazione. Se dovevano vivere da “recluse”, che almeno potessero farlo in santa pace.

Si mossero quindi e capitarono qui. Su questa collina trovarono proprio quel che cercavano. Restarono affascinate in primo luogo dalla bellezza del posto, poi dalla pace e tranquillità che prometteva, e infine dalla vicinanza alla città, alla cattedrale, alle case stesse e quindi alle famiglie da cui provenivano.

 

Nella località detta “Bocca di bove” (proprio dove un ruscelletto consentiva l’abbeverata) acquistarono tutto il terreno che serviva loro per costruirvi la Chiesa e gli edifici necessari ad una  confortevole permanenza. 

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Era il 24 di marzo del 1403, quando l’Arcivescovo di Genova, Pileo de Marinis, benedisse e pose la prima pietra della Chiesa e del Monastero che le monache vollero dedicare alle Sante Maria Vergine e Brigida in Scala Coeli.  Infatti le monache, in occasione del trasferimento di sede avevano abbracciato la nuova Regola del Ss. Salvatore, dettata da Santa Brigida e approvata dal Papa.

La Regola di Santa Brigida, però, aveva una particolarità che interessa proprio la struttura e l’articolazione di un monastero tanto vasto.

Vi si prevedeva, infatti, la presenza di due comunità, unite nella pratica religiosa e nell’amministrazione del complesso monastico, ma opportunamente separate negli spazi. Una comunità, più numerosa, era quella delle monache, mentre i frati ne costituivano una seconda, più piccola. Ciò dipendeva dalla complessa simbologia che Brigida aveva voluto esprimere attraverso l’Ordine da lei fondato.

 

Ecco dunque a che cosa serviva tutto quello spazio; se la Chiesa era unica, dovevano esserci due

Dormitori, due infermerie, due ampie aree aperte dove allevare animali da cortile, impiantare un orto,

coltivare piante medicinali.

 

 E poiché frati e monache dovevano osservare la clausura, ci si doveva muovere dall’uno all’altro di questi spazi senza incontrarsi e senza essere visti dall’esterno: raggiungere la chiesa, il parlatorio, la sala del Capitolo, le cucine e il refettorio… Ecco allora i passaggi a volta proprio nei pressi dei due dormitori, e il delinearsi di quei sentieri che diventeranno le “creuze”.

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Alle spalle degli edifici, l’ampio spazio che giungeva sino alle mura costituiva la “villa” del convento, cioè la campagna in cui impiantare frutteti e viti, o collocare arnie e produrre miele.

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E qui c’era bisogno di contadini a giornata, di attrezzi agricoli e di casupole – le “grange” – dove riporli e dove i braccianti potessero trovar riposo e ristoro.

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Dovevano trascorrere due secoli prima che l’apertura di Via Balbi separasse questo enorme complesso monastico dalla via Pré sempre affollata e congestionata dal  “traffico” di allora, fatto di persone, animali da soma e carriaggi più o meno ingombranti, dal carretto a mano alla “seggetta” in cui le signore si facevano trasportare, sino ai carri trainati da muli, stracarichi di merce e di materiali.

 

 Via Pré era l’unica arteria che collegava il ponente al centro cittadino, rasentando le strutture portuali - come le due Darsene - che già allora si estendevano in direzione della Lanterna. A quel tempo neanche via Gramsci esisteva, e la via di Pré, molto più vicina al mare che non oggi, era il proseguimento della “Ripa”.

 

In questi due secoli, il ‘400 e il ‘500, frati e monache continuarono ad osservare insieme la Regola di Santa Brigida, sino a che…

 

Nel 1600 dovette intervenire il Papa in persona per far cessare il “grave scandalo” che turbava la vita del convento di Santa Brigida e non solo. I doppi monasteri, per la presenza di frati e monache, erano diventati un problema, anche le autorità cittadine erano preoccupate e da tempo avevano creato una Magistratura con il compito di sorvegliare e controllare il buon nome dei conventi.

 

Adeguarsi alla volontà di Papa Clemente VIII, però, suscitò nel nostro convento una controversia riguardante gli interessi degli uni e delle altre, e solo nel 1606 l’allontanamento dei frati fu un fatto compiuto. Le monache restarono uniche proprietarie e occupanti del vasto monastero.

 

Furono loro, quindi a trattare con la famiglia Balbi la cessione del terreno necessario al completamento della loro strada: alcune case delle monache furono abbattute, ma altre esse ne conservarono anche a sud della stessa via Balbi, soprattutto case d’affitto e botteghe artigiane. Nella zona era diffusa, per esempio, la lavorazione della seta.

Per altri due secoli le più nobili famiglie genovesi poterono continuare a collocare le loro figlie, destinate al chiostro, nel convento di Santa Brigida, dove la vita scorreva in apparenza sempre uguale, ma da dove si seguivano comunque le vicende della Repubblica Genovese. Quando era in gioco la salvezza della città e del suo dominio,

dai conventi si elevavano suppliche alla Vergine, si facevano voti e promesse, le funzioni acquistavano un particolare valore. Questo era il significato che si dava alla presenza di numerosi monasteri femminili nel territorio. Essi costituivano un patrimonio, una ricchezza da convertire in grazie divine, quando ce ne fosse stato bisogno.

 

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4 - IL VENTO SOFFIA IN UN’ALTRA DIREZIONE

 

I tempi cambiavano, gli equilibri politici non erano più gli stessi. Nel corso del ‘700 si dissolsero a poco a poco i vecchi valori e ci fu spazio, sia pur tra mille resistenze, per il “nuovo” che incalzava alle frontiere della “Serenissima” non più tanto …serena. 

 

Napoleone aveva sconvolto la vecchia Europa. Come avrebbe potuto Genova sottrarsi a questi mutamenti?  Un “Albero della Libertà” era stato innalzato proprio a due passi da qui, in Piazza Acquaverde e ai piedi dell’albero il popolo aveva bruciato i libri della nobiltà, simbolo dei suoi privilegi. Sempre più diffusamente  i conventi venivano considerati istituzioni inutili e le monacazioni erano comunque molto diminuite.

Alla fine del secolo, soppressi gli Ordini religiosi, confiscate le proprietà ecclesiastiche, i conventi si svuotarono.

A questo destino dovettero rassegnarsi le nostre monache di Santa Brigida: erano in poche ormai, non sappiamo dove abbiano potuto rifugiarsi – se ve ne furono - quelle che non accettarono o non poterono tornare nel mondo e alle proprie famiglie. Un secondo monastero di “Brigidine” era sorto nel XVII secolo nella zona dell’Acquasola. Che siano state riunite qui, in attesa che l’Ordine si estinguesse? Dovremo fare qualche indagine… chissà, anche con l’aiuto di chi ci legge.

 

Quel che sappiamo è che sia la Chiesa che gli edifici monastici ebbero una destinazione laica o civile, come si preferisce. Sin dai primi anni dell’800 nel vecchio dormitorio delle monache abita qualcuno e paga un affitto. La grande e magnifica Chiesa è diventata prima officina di un fabbro, poi una filanda.

 

 Le campane hanno smesso di suonare, il mezzo-giorno viene segnalato da un fragoroso colpo di cannone, sparato dalle alture dove sono da tempo giunte le nuove fortificazioni

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L’intera zona viene suddivisa in lotti e messa in vendita. Alla metà dell’800 sorgono nuovi edifici… di civile abitazione: uno è ricavato proprio da quel dormitorio delle monache che per primo aveva attirato l’attenzione, un altro utilizza quello che era stato il dormitorio dei frati

 

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Si abbatte la chiesa, disperdendo o distruggendo marmi ed affreschi, per realizzare un complesso edilizio di maggior prestigio, che può sorgere direttamente su quelle fondamenta. Esistono ancora e sarebbe auspicabile poterle percorrere, perché conservano molti elementi a testimoniare sia la vita del monastero, che li utilizzò in vario modo,sia la funzione cui vennero destinati in tempi successivi.

Tutte le aree vuote si riempiono di costruzioni.

 Anche la villa interessa gli imprenditori edili. Quello che si aggiudica il pezzo migliore (siamo ormai in pieno risorgimento) è un patriota di grandi speranze e per quanto disilluso dal ruolo che avrebbe potuto avere il Papa Pio IX nel processo di unificazione italiana, riesce a tramandarne il nome legandolo al suo “palazzo”.  La speranza del costruttore era andata a vuoto… ma i pavimenti erano ormai fatti e i soffitti affrescati.

 

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Le case hanno bisogno anche di un indirizzo preciso e fu così giocoforza spezzettare quell’unico tortuoso sentiero, che da via Balbi portava a Pietra Minuta, in vie e salite ben riconoscibili – si fa per dire, perché qualche dubbio rimane… su dove una cominci e l’altra finisca.

I nomi vengono cercati nel più o meno glorioso passato della Repubblica Genovese (Famagosta,  Balaclava, Cembalo), o nelle recenti vicende risorgimentali (Montebello).

 

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Il processo di trasformazione dell’intero quartiere si conclude nei primi decenni del ‘900 con la costruzione, nell’unico spazio rimasto disponibile fra le salite Balaclava e Montebello, di un grande caseggiato proprio davanti all’antico dormitorio femminile.

 

Come quello dei “galletti” anche il nome di Santa Brigida è rimasto tenacemente attaccato al luogo e ne marca alcuni punti fondamentali: dalla piazzetta da cui si vede la stazione Principe (in questo punto Santa Brigida confinava con gli orti di San Giovanni) agli sbocchi su via Balbi, sino ad “incombere” sulla via di Pré, con la Piazza dei tanto celebri e sospirati “truogoli”.

 

Il nostro quartiere, pertanto, così com’è ora,  ha incominciato ad esistere due secoli fa,

conservando però molte tracce e persistenze che da sole riescono a ricordarci quello che era stato nei quattrocento anni precedenti. Perché i luoghi hanno una loro memoria, più tenace della nostra e sono pronti ad offrircela: basta osservarli con occhi curiosi.

 

Ne può nascere un percorso interessante, anche se si tratta in gran parte di semplici pietre magari sovrapposte e di un’unica eccezione. Il luogo dove le monache si riunivano per i pasti, il loro refettorio, è rimasto in piedi, ha avuto varie destinazioni, tra cui teatro e scuola di teatro, poi sede del Circolo Vega, al quale ritornerà al termine dei lavori di restauro che il Comune si è impegnato a far iniziare al più presto..

 

Da queste pagine vi terremo informati.

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